"NOI SIAMO I VERI RIBELLI, PER GLI ALTRI E' FACILE FARSI CHIAMARE RIBELLI QUANDO SI CREDE DI AVERE GLI ESERCITI AMICI A POCHI GIORNI DI DISTANZA, QUANDO SI RITIENE LA VITTORIA GIA' SCONTATA, QUANDO SI PENSA DI ESSERE DALLA PARTE DEL PIU' FORTE, DELL'ORMAI INVINCIBILE..."

GIUSEPPE SOLARO

giovedì 1 dicembre 2016

Tra il 1940 e il 1941 il “Centro studi economici” di Giuseppe Solaro tiene, in varie località d’Italia, una serie di convegni che vogliono prefigurare l’avvenire dell’Europa dopo la fine del conflitto, che, a quel momento, tutto lascia presagire favorevole alle potenze dell’Asse
E quindi, con sano realismo, Solaro pone il problema: “Le due potenze dominanti saranno certo detentrici della forza di fronte alle unità minori, ma tra loro il problema della forza avrà un peso ? Non saprei come escluderlo. La forza dell’una dovrà essere e rimanere costantemente uguale alla forza dell’altra ? Certamente sì, come ho già sostenuto”. Posto il problema, la soluzione –con un bello sforzo di fantasia progettuale, devo dire- viene individuata nel concetto di “spazio vitale” (niente a che vedere con “lebensraum nazionalsocialista) per il quale alla Germania è assegnata una funzione “eminentemente” industriale, e all’Italia una “eminentemente” commerciale ed agricola. Questo, sulla base di fattori geofisici e strutturali (caratteri storici, morali, economici e sociali), pur nel quadro di una rinnovata solidarietà europea. Queste tesi non piacciono alla Germania, così che, quando vengono rielaborate in un articolo, il 23 aprile del 43, Ribbentrop dà disposizioni al Centro Pubblicazioni di Innsbruck (incaricato di tradurre e divulgare materiale italiano) affinchè si adoperi che i concetti esposti “non venissero a conoscenza del pubblico tedesco”
(in: Fabrizio Vincenti “Giuseppe Solaro, il fascista che sfidò la Fiat e Wall Street”, Eclettica 2014)

Di lì a pochi mesi, Solaro sarebbe stato, a Torino, il massimo rappresentante della fedeltà alla parola data ed all’alleato tedesco…


A DON GIUSEPPE GARNIERE PRIMA DI MORIRE,
 DOPO LA CONFESSIONE, CONSEGNA  PER LA MOGLIE, 
IL SEGUENTE BIGLIETTO :

Cara Tina, prima di morire ti esprimo tutto il mio amore e la mia devozione. Sono stato onesto tutta la vita e onesto muoio per un’ idea. Che essa aiuti l’ Italia sulla via della redenzione e della ricostruzione. Ricordami ed amami, come io ho sempre amato l’ Italia.
Cara Tina, Viva l’ Italia libera! Viva il Duce!

Tuo Peppino

COME HA SAPUTO MORIRE 
GIUSEPPE SOLARO 

Tutta l'esperienza di Giuseppe Solaro, fino all'estremo sacrificio, affrontato con una serenità e una fierezza che hanno del sovrannaturale, è un fulgido esempio di fede, di passione italiana.
Di modesta famiglia (il padre era operaio delle ferrovie e aveva altri due figli), egli seppe, attraverso molti sacrifici e con ferrea volontà, giunger fino alla laurea . Nato nel 1914, fu entusiastico elemento del GUF di Torino, combatté volontario in Spagna e partecipò con onore all'ultima guerra mondiale, quale ufficiale di complemento di artiglieria. Dopo l'8 settembre fu tra i primissimi ricostruttori dei Fascismo torinese e fu Segretario Federale fino al sopraggiungere del crollo.
Sapeva trasfondere la fede purissima che lo animava in quegli italiani che avevano voluto raccogliersi attorno al vessillo della rinascita e con mano ferma guidava il Fascismo torinese nel travagliatissimo periodo che straziava la Patria. Ma non meno vasto e profondo era il contributo di cultura e di opere che dedicava alla vita della Repubblica Sociale Italiana. Già collaboratore dell'organo del GUF, trattava ora, sia nell'organo Federale La Riscossa che su La Stampa i principali problemi di quei momenti difficilissimi, e, in primo luogo, quello della socializzazione, di cui era uno studioso competente e un convinto e fervente assertore. Istituì, dopo la emanazione delle leggi relative, dei corsi di preparazione operaia sull'economia socializzata e pubblicò opuscoli illustrati accessibili al lavoratori. Un suo studio fu anche presentato al Duce e fu particolarmente apprezzato. Viveva per la Causa e tutto se stesso aveva votato alla Causa; in un modesto ambiente, nell’ammezzato della Federazione, erano con lui la moglie e due tenere bambine. Il fervore, la fede degli Italiani che credevano nella rinascita a nulla valsero e venne il giorno del crollo, al quale Solaro non sapeva rassegnarsi.
Egli voleva, ora, soprattutto realizzare lo scopo di tutelare le famiglie, gli averi e la vita dei fascisti e per questo si assunse la responsabilità di intavolare trattative col CLN, con la mediazione di Don Garneri, parroco dei Duomo, onde, evitare spargimento di sangue. Avvennero alcuni incontri in Prefettura per concordare il trapasso delle consegne. Egli, con grande altruismo, pose subito come condizione che si escludesse qualsiasi riferimento alla sua sorte personale. Un ultimo convegno avrebbe dovuto avvenire in Prefettura il giorno di venerdì 27 aprile per la ratifica degli accordi intervenuti: senonché nessuno dei CLN si fece più vivo. Telefonò soltanto Don Garneri dicendo che all'ultimo momento gli elementi dei CLN non vollero saperne di trattative coi fascisti e tutto fu annullato. E qui bisogna ricordare un episodio che fa onore tanto alla memoria di Solaro quanto all'ora Alto Commissario per il Piemonte, Grazioli. I tedeschi avevano, a loro volta, intavolato trattative col CLN, tendenti soltanto ad ottenere il ripiegamento indisturbato dei loro reparti dalla frontiera alpina, e, per ottenere lo scopo, avevano concentrato al Vallino, scalo commerciale della stazione di Porta Nuova, alcuni vagoni carichi di esplosivi con la minaccia di farli saltare qualora i patti non fossero stati conclusi ed osservati. Venuto ciò a conoscenza di Solaro e Grazioli, entrambi intervennero con energia ed ottennero che i vagoni venissero allontanati, e così fu sventata la minaccia di distruzioni gravissime nel centro della città.
Si consegnò spontaneamente ad un colonnello dei carabinieri di cui si riteneva amico, ma questi non poté o non volle salvarlo.
Solaro non fu più rivisto dai suoi tre compagni di sventura, i quali, nella stessa giornata del 28 aprile, vennero trasferiti alla Questura centrale. L'indomani, domenica 29, nelle prime ore del pomeriggio si aprì ad un certo momento lo sportellino della cella dov'erano rinchiusi i tre camerati e si affacciò una bieca figura di partigiano comunista, il quale disse con compiacimento: 'Il vostro Solaro è stato impiccato poco fa e la stessa sorte subirete anche voi tra breve'. Il che, fortunatamente non si verificò.
Tutta l'esperienza di Giuseppe Solaro, fino all'estremo sacrificio, affrontato con una serenità e una fierezza che hanno del sovrannaturale, è un fulgido esempio di fede, di passione italiana.Di modesta famiglia (il padre era operaio delle ferrovie e aveva altri due figli), egli seppe, attraverso molti sacrifici e con ferrea volontà, giunger fino alla laurea . Nato nel 1914, fu entusiastico elemento del GUF di Torino, combatté volontario in Spagna e partecipò con onore all'ultima guerra mondiale, quale ufficiale di complemento di artiglieria. Dopo l'8 settembre fu tra i primissimi ricostruttori dei Fascismo torinese e fu Segretario Federale fino al sopraggiungere del crollo.
Sapeva trasfondere la fede purissima che lo animava in quegli italiani che avevano voluto raccogliersi attorno al vessillo della rinascita e con mano ferma guidava il Fascismo torinese nel travagliatissimo periodo che straziava la Patria. Ma non meno vasto e profondo era il contributo di cultura e di opere che dedicava alla vita della Repubblica Sociale Italiana. Già collaboratore dell'organo del GUF, trattava ora, sia nell'organo Federale La Riscossa che su La Stampa i principali problemi di quei momenti difficilissimi, e, in primo luogo, quello della socializzazione, di cui era uno studioso competente e un convinto e fervente assertore. Istituì, dopo la emanazione delle leggi relative, dei corsi di preparazione operaia sull'economia socializzata e pubblicò opuscoli illustrati accessibili al lavoratori. Un suo studio fu anche presentato al Duce e fu particolarmente apprezzato. Viveva per la Causa e tutto se stesso aveva votato alla Causa; in un modesto ambiente, nell’ammezzato della Federazione, erano con lui la moglie e due tenere bambine. Il fervore, la fede degli Italiani che credevano nella rinascita a nulla valsero e venne il giorno del crollo, al quale Solaro non sapeva rassegnarsi.
Egli voleva, ora, soprattutto realizzare lo scopo di tutelare le famiglie, gli averi e la vita dei fascisti e per questo si assunse la responsabilità di intavolare trattative col CLN, con la mediazione di Don Garneri, parroco dei Duomo, onde, evitare spargimento di sangue. Avvennero alcuni incontri in Prefettura per concordare il trapasso delle consegne. Egli, con grande altruismo, pose subito come condizione che si escludesse qualsiasi riferimento alla sua sorte personale. Un ultimo convegno avrebbe dovuto avvenire in Prefettura il giorno di venerdì 27 aprile per la ratifica degli accordi intervenuti: senonché nessuno dei CLN si fece più vivo. Telefonò soltanto Don Garneri dicendo che all'ultimo momento gli elementi dei CLN non vollero saperne di trattative coi fascisti e tutto fu annullato. E qui bisogna ricordare un episodio che fa onore tanto alla memoria di Solaro quanto all'ora Alto Commissario per il Piemonte, Grazioli. I tedeschi avevano, a loro volta, intavolato trattative col CLN, tendenti soltanto ad ottenere il ripiegamento indisturbato dei loro reparti dalla frontiera alpina, e, per ottenere lo scopo, avevano concentrato al Vallino, scalo commerciale della stazione di Porta Nuova, alcuni vagoni carichi di esplosivi con la minaccia di farli saltare qualora i patti non fossero stati conclusi ed osservati. Venuto ciò a conoscenza di Solaro e Grazioli, entrambi intervennero con energia ed ottennero che i vagoni venissero allontanati, e così fu sventata la minaccia di distruzioni gravissime nel centro della città.
Si consegnò spontaneamente ad un colonnello dei carabinieri di cui si riteneva amico, ma questi non poté o non volle salvarlo.
Solaro non fu più rivisto dai suoi tre compagni di sventura, i quali, nella stessa giornata del 28 aprile, vennero trasferiti alla Questura centrale. L'indomani, domenica 29, nelle prime ore del pomeriggio si aprì ad un certo momento lo sportellino della cella dov'erano rinchiusi i tre camerati e si affacciò una bieca figura di partigiano comunista, il quale disse con compiacimento: 'I1 vostro Solaro è stato impiccato poco fa e la stessa sorte subirete anche voi tra breve'. Il che, fortunatamente non si verificò.

Risultò poi che Solaro, al quale era stato concesso di parlare con Don Garneri, dal quale sperava per lo meno un benevolo intervento, venne portato dinnanzi ad una specie di tribunale partigiano del quale facevano parte, tra altri, Osvaldo Negarville, fratello di Celeste (che fu, oltre che parlamentare, anche Sindaco di Torino), Barbato (Pompeo Colaianni) e un comandante Maian, non meglio identificato. A Solaro venne attribuita, fra le tante altre, anche la responsabilità dell'impiccagione di quattro partigiani in Corso Vinzaglio, come rappresaglia per l'uccisione di Camicie Nere della Divisione Leonessa. Responsabilità da cui Solaro era completamente immune, poiché la rappresaglia era stata unicamente opera dei tedeschi. Conseguenza fu che Solaro venne condannato a subire, a sua volta, l'impiccagione nello stesso sito di Corso Vinzaglio.La radio, alle ore 13, aveva dato notizia della condanna, aggiungendo che alle 14 avrebbe avuto luogo l'esecuzione insieme a quella di altri tre fascisti; ma all'ultimo momento il supplizio venne riservato al solo Solaro.
Egli venne caricato su di un camion alla Caserma Bergia, e con lui fu fatto salire anche Don Garneri per l'assistenza spirituale; il tragitto fino al luogo dell’esecuzione avvenne fra sputi e contumelie.
Naufragata ogni speranza di un pacifico trapasso di poteri, fu stabilito il ripiegamento delle forze fasciste, che vennero concentrate nella Caserma Bergia della GNR, in Piazza Carlina; la colonna partì nella notte verso la Lombardia. Ma i mezzi di trasporto erano scarsi, e vi erano dei familiari, donne e bambini, e dei feriti da porre in salvo, per cui non vi era posto per tutti. Coloro che partirono si salvarono, poiché furono concentrati poi a Coltano e, dopo i soliti processi e le non meno solite condanne, poterono, col tempo, fruire delle amnistie; e così sarebbe stato anche per Solaro. Ma egli preferì cedere il suo posto nella colonna ad altri e restò, con alcuni dei più fedeli, in città, passando la notte negli uffici dei Consorzio dei latte, di cui era Commissario uno dei Vice Federali, Astengo. Questi, il mattino successivo, fidando sulla bontà di elementi dello stesso Consorzio (il cui stabilimento era in corso Stupinigi ora Corso Unione Sovietica, e gli uffici in Via Ospedale, ora Via Giolitti, angolo Via Carlo Alberto, dov'erano Solaro e compagni), propose di consegnarsi ai membri dei CLN dello stesso Consorzio. Questi vennero, ma presero con sé il solo Astengo, dicendo che sarebbe tornato il camioncino a prendere gli altri. Dopo parecchio tempo venne un camion, ma era condotto da partigiani installatisi nella Caserma Bergia, dove Solaro e altri tre camerati vennero riportati. Rimasero colà tutta la notte del 28, assistendo a scene selvagge di percosse e maltrattamenti inflitti a fascisti ed ausiliarie, mentre vennero risparmiati i quattro, che risultavano ancora sconosciuti ai loro carcerieri. Erano già in servizio carabinieri ancora in borghese, i quali fecero quanto potevano per frenare gli istinti belluini dei partigiani col fazzoletto rosso, assetati di sangue. Solaro si presentò poi alla Caserma Cernaia, che era stata sede della Brigata Nera 'Ather Capelli', della quale Solaro, come Federale, era stato comandante, e che è situata, si può dire, a pochi metri da Corso Vinzaglio; qui vennero scattate fotografie, fra cui quella che pubblichiamo.
In tutto questo frattempo il contegno di Solaro fu improntato a grande e serena fierezza, nessun segno di debolezza, ma la cosciente, intima forza derivante dalla certezza di immolarsi per una Causa in cui aveva fermamente creduto e che un giorno avrebbe finito col trionfare.
In un primo tempo la macabra scena dell'impiccagione fallì, poiché il ramo cui era stato appeso il martire si ruppe ed egli rimase in vita. In altri tempi pare che gli scampati ad un'esecuzione capitale venissero graziati; ma questo non fu il caso di Solaro, i cui carnefici si affrettarono a ripetere l'operazione con un ramo più robusto, e questa volta, per loro, la cosa andò bene.
La scena obbrobriosa che ricorda, per la sua bestiale efferatezza, Piazzale Loreto, avvenne in seguito. Le spoglie, sempre col cappio al collo, vennero legate ad uno dei traversini che sorreggono la copertura dei camion, e in bocca al 'giustiziato' fu introdotto un mozzicone di sigaretta. Il macabro veicolo percorse le vie principali, con fermate al crocicchi per fare ammirare alla folla il triste spettacolo.
Si disse poi, ma non abbiamo elementi sicuri al riguardo, per quanto la cosa in quel momento e in quel clima rovente appaia tuttaltro che inverosimile, che, giunto il camion sulle rive del Po, il cadavere sia stato gettato fra le onde e fatto bersaglio ai tiri di coloro che erano sulla sponda del fiume. E infine venne ripescato e gettato sul parapetto, donde, in una rudimentale cassa, fu fatto proseguire per l’obitorio.
Come un popolo, ricco di millenaria civiltà, abbia potuto esprimere dal suo seno certa gente, che di umano aveva solo le sembianze, ci appare ancora adesso, a distanza di tanti anni, inspiegabile.

da “LA LEGIONE”




È sepolto nel Cimitero monumentale di Torino, presso il sacrario dei militi della R.S.I. (terza ampliazione sud est, scomparto 539). Sulla sua lapide è riportato lo stemma della Repubblica Sociale Italiana.

I FRANCHI TIRATORI DI TORINO
"Quel Fascista a Torino
che sparò per due ore
e poi scese per strada
con la camicia candida
con i modi distinti
e disse andiamo pure
asciugando il sudore
con un foulard di seta"
(F.Frattini - Poesia del 1947)

"Alzò le mani gettando l'arma,
senza una parola si diresse
verso un monumento,
si aggiustò la divisa
e il berretto e aspettò la morte.
Era da ammirare,
moriva per il suo Ideale."
(Dal volume di G. Accame - "La morte dei Fascisti")




Giuseppe Solaro restò a Torino, per coordinare i suoi 2000 franchi tiratori, appostati sui tetti e le soffitte di Torino, e votati alla morte .Essi spararono contro i partigiani sino al 7 maggio, ed infatti 321 partigiani la pagarono con la pelle. Giuseppe Solaro, catturato, fu impiccato ad un albero in Corso Vinzaglio il 2 maggio .Poi, fu portato, appeso ai tralicci di un camion, in giro per le strade di Torino. In Borgo S. Paolo,. il più "rosso" di Torino, furono molte le donne fasciste che resistettero ai partigiani. I quali, resi furibondi da questa inaspettato opposizione, fucilarono intere famiglie di fascisti o presunti tali. Dettero la caccia al Colonnello Cabras, il quale si era allontanato verso Ivrea con i suoi 25.000 uomini, e si era poi arreso agli americani. Quattro torinesi pagarono con la vita la loro rassomiglianza col Colonnello Cabras: un professore, che fu impiccato; poi un operaio della SPA; poi un ferroviere, uscito dallo scalo merci del Vallino, in divisa da frenatore e con la borsa degli attrezzi.....fu impiccato ad un balcone, poi un quarto uomo, condannato come "Cabras" dal CMRP (CLN).....Ma Cabras si era salvato, con i suoi uomini.

Alfredo Casalgrandi

“FASCISTA SI’ FASCISTA”, quinto racconto del libro
“.....Il 24 dicembre, era appena arrivato in Federazione, che Solaro lo mandò a chiamare. Era la vigilia di Natale, e Bruno pensò gli volesse parlare della manifestazione organizzata per il giorno dopo, con la prevista distribuzione di pacchi di alimentari e vestiario alle famiglie degli sfollati.
Perciò, si meravigliò non poco quando vide il Federale scuro in volto. Tra loro avevano concordato di darsi del “tu”: la maggiore età e l’esperienza del professore erano “compensate” dall’incarico del secondo, e si era instaurata, da subito, una grande corrente di simpatia.
“Siediti Bruno –gli disse a voce bassa il giovane, che appariva molto turbato- Ieri sera, mentre si apprestava a chiudere il suo negozio di orologiaio, è stato ucciso un nostro camerata, Aldo Morei. Uno sconosciuto è entrato, e gli ha sparato tre colpi di pistola, mentre gli volgeva le spalle, probabilmente per cercare qualcosa nelle vetrine. Ciò nonostante, il ferito ha avuto la forza di girarsi su un fianco, e quello gli ha sparato un quarto colpo, alla tempia, senza che la moglie, che era nel retrobottega, subito accorsa, potesse fare altro che sentirlo mormorare “Bastardo”.....”

LA STRANA VICENDA DEL COMANDANTE  GIOVANNI CABRAS
La vicenda del comandante Giovanni Cabras è tra le più strane della nostra storia recente. Ancora oggi, nei testi della resistenza, come l'ultimo "Una guerra civile" di Claudio Pavone, si legge che il colonnello Cabras fu impiccato agli alberi insieme al federale di Torino, Solaro. In realtà a morire al suo posto nell'aprile del 1945, quando l'odio cieco della guerra civile versava fiumi di sangue, furono altri quattro, forse cinque uomini, scambiati per lui per una particolare somiglianza. Tra gli altri un vigile urbano ed un tranviere ma si parlò anche di un professore, di un operaio e di un altro uomo impiccato al posto suo dopo regolare processo e sentenza del comitato militare del C.L.N.
I giornali dell’epoca e numerosi testi riportano la notizia della morte di Giovanni Cabras in quei giorni di aprile: egli, in realtà, lasciò la città di Torino nella notte tra il 27 e il 28 aprile alla testa di una colonna di circa 20.000 uomini con l'intenzione di raggiungere la "Ridotta della Valtellina". In realtà si fermò a Strambino Romano, presso Ivrea, a circa 43 chilometri da Torino. In quel momento, con Cabras erano rimasti circa 10.000 uomini: tanta GNR, militari di tutti i corpi, poca Brigata nera e niente più tedeschi che a Caluso se ne erano andati per proprio conto.
Nel pomeriggio del 5 maggio, la colonna si arrese agli americani della Divisione Buffalo. In base al disposto del trattato di resa, che prevedeva la consegna delle armi entro il pomeriggio del giorno successivo e quindi l'internamento nei campi di concentramento allestiti dagli Americani in territorio italiano, il Colonnello Cabras, unitamente a numerosi altri ufficiali presenti nella colonna, venne trasferito nel campo di Coltano ( Pisa ), dove rimase fino al luglio 1945. Cabras sarà poi processato a Torino un mese più tardi ma la scamperà e morirà di vecchiaia in Sardegna.
Giovanni Cabras era nato in provincia di Nuoro, a Bortigali, il 9 marzo 1901. Dopo aver conseguito la licenza liceale, adempie agli obblighi di leva col grado di Sottotenente di Fanteria. È a Modena per il servizio di prima nomina nel periodo in cui più aspra, specie in quella zona, è la lotta fra estreme fazioni politiche, lotta che culminerà il 28 ottobre 1922 con la Marcia su Roma e l'avvento al potere di Benito Mussolini. Congedatosi dal Regio Esercito nel 1923, nello stesso anno si iscrive al Partito Nazionale Fascista. Per alcuni anni si dedica al commercio di latticini. Nel 1927 si sposa con Jolanda Spinas a San Basilio in provincia di Cagliari. All'inizio degli anni Trenta decide di presentare domanda per essere assunto in Spe nei ranghi della MVSN. Il 1° febbraio 1932 la sua richiesta è accolta ed egli viene assegnato all'Ispettorato del Comando zona della Sardegna, incarico che mantiene fino al marzo 1935. Nel settembre dello stesso anno, col grado di Centurione (Capitano), parte volontario per la campagna d'Etiopia al comando di una compagnia della Divisione Camicie Nere "XXI Aprile". Rientrato in Italia, nel marzo del 1937, parte volontario per la Spagna. In terra di Spagna inizialmente presta servizio al C.T.V. (Comando truppe volontarie) di Salamanca e successivamente, col grado di Seniore (Maggiore) gli viene affidato il comando di unità operative, con le quali partecipa a numerose tra le più importanti battaglie di quel conflitto, guadagnandosi due croci di guerra al valor militare, unitamente alla cruz roja e alla cruz de guerra, decorazioni al valor militare concessegli dal Governo spagnolo. Rientrato in Patria nell'autunno del 1939, a guerra ultimata, è destinato dapprima al Comando Zona di Napoli con il grado di aiutante maggiore della 138° Legione. Sul finire dello stesso anno riesce a tornare in Sardegna, in qualità di capo dell'Ufficio ordinamento presso il Comando zona di Cagliari. Il 1° giugno 1941 viene promosso 1° Seniore ( tenente Colonnello ) e comanda il 176° Battaglione CCNN. Pur essendo la Sardegna considerata a tutti gli effetti zona d'operazioni, non riesce ad accettare la forzata inattività e chiede insistentemente il trasferimento su un fronte di combattimento. Trasferimento che ottiene il 2 marzo 1943, quando "viene richiamato alle armi" con destinazione il Comando della VI Zona CC.NN. a Trieste per poi raggiungere la nostra zona di occupazione nella Penisola Balcanica. Dapprima al comando di un battaglione e poi di un reggimento operanti in quello scacchiere pieno di insidie. Il 16 giugno 1943 viene decorato con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare con la seguente motivazione: "Cabras Giovanni fu Giovanni maria e di Piras Tomasa, da Bortigali (Nuoro), classe 1901, 1° seniore, battaglione speciale camicie nere. Comandante di battaglione, nel corso di molteplici azioni di controguerriglia, dava costanti prove di ardimento, conseguendo sempre preziosi risultati. In fase critica di attacco a munita posizione avversaria, con tempestiva e irruente azione guidava i reparti all'assalto, travolgendo la tenace difesa nemica. - Nova Vas (Slovenia), 16 giugno 1943". Visti i tempi non riceverà mai fisicamente questa medaglia prima dell'armistizio; gli verrà ufficialmente consegnata solo durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana. Il 14 agosto 1943, come comandante del battaglione speciale nr.3, riceve un encomio solenne da parte del Generale Gambara, comandante del II Corpo d'Armata con la seguente motivazione: "Recatosi in Sardegna per morte di un figlio, anzicchè avvalersi delle disposizioni che gli davano la possibilità di fermarsi nell'isola, vicino alla propria famiglia, preferiva rientrare al proprio reparto in zona di operazioni per riassumerne il comando, e ciò con tre giorni di anticipo sulla scadenza della licenza. Dava prova di esempio non comune di attaccamento al dovere".

L'8 settembre 1943, come tanti altri Comandanti di reparti operanti sui vari scacchieri, ha notizia solo casualmente, attraverso la radio da campo, della resa incondizionata del Governo Badoglio. L'assoluta inaffidabilità degli ordini, contradditori e inspiegabili, fortunosamente captati via radio, lo costringe ad assumere la drastica decisione di trasferire tutto il reparto (per sua fortuna autonomamente autocarrato!) dalla Croazia verso il confine italiano. Disarmato dai tedeschi, resta consegnato per diverse settimane nella caserma "Vittorio Emanuele" di Lubiana con altri 2000 uomini. Soltanto il 9 novembre, dopo aver aderito alla R.S.I., lascia la prigionia e arriva a Torino dove entra in contatto con il console Domenico Mittica, conosciuto durante la guerra di Spagna e in quel momento uno degli uomini più importanti del fascismo repubblicano torinese. Dietro suo interessamento Cabras viene assegnato al comando di un costituendo battaglione di reclute della GNR con sede a Rivoli. Nel giugno del 1944 assume la carica di vicecomandante dell'Ufficio Politico Investigativo ( UPI ) della GNR di Torino, una delle realtà più attive nella repressione antipartigiana. Il 15 luglio è promosso simultaneamente colonnello e comandante provinciale del'UPI e della GNR. Solo tre mesi dopo, il 9 ottobre, viene scelto per dirigere il nuovo Comando militare provinciale di Torino, nato dalla fusione tra il Comando provinciale della GNR e il Comando provinciale dell'esercito. In questa veste si rende responsabile di numerosi atti di repressione nei confronti di appartenenti alla Resistenza. Il 25 aprile 1945 coordina le operazioni volte alla difesa e poi all'evacuazione della città di Torino e il 28 aprile abbandona il capoluogo alla testa della "Colonna Cabras" mentre il CLN lo condanna a morte mediante impiccagione. Si arrende agli Angloamericani, a Strambino Romano, presso Ivrea, il 5 Maggio successivo, Trasferito nel campo di prigionia alleato di Coltano ( Pisa ) vi rimane fino al luglio 1945. Tradotto a Torino il 16 agosto 1945 viene processato per il reato di collaborazionismo e condannato a 20 anni di carcere. Nel gennaio del 1947 è però amnistiato dalla Cassazione e posto in libertà. Nel marzo dello stesso anno si trasferisce a Monserrato, all'epoca un sobborgo di Cagliari, dove si stabilisce definitivamente e qui muore nel 1981

 “Chi impera a Torino è il gruppo FIAT. Detto gruppo è riuscito ad entrare in ottimi rapporti con i vari Comandi tedeschi, in particolare il vecchio Console Von Langen si può considerare un uomo del gruppo FIAT….tutti i dirigenti FAT sono le stesse persone che boicottarono l’andamento della produzione prima della caduta del fascismo e si sollevarono contro il fascismo durante il periodo badogliano”(Giuseppe Solaro, segretario del PFR torinese….chiederà anche a Mussolini di poter arrestare Valletta)
“Il problema di Torino è il problema FIAT e grande industria in genere. Per ragioni più che logiche, il Comando economico germanico, dopo l’8 settembre , ha portato la più viva attenzione all’industria italiana, cui ha accordato un’ampia protezione….i dirigenti si sono messi apparentemente nelle mani germaniche, per lavorare sotto sotto all’opera di sabotaggio e ostruzionismo”(Paolo Zerbino, prefetto di Torino durante la RSI)

(da; Giorgio Bocca, “La Repubblica di Mussolini”, Bari 1977)